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La trasformazione.
E come per ogni essere vivente arriva il momento della trasformazione; come un bruco diventa una meravigliosa farfalla, anche nell’homo “sognaticus” avviene una radicale trasformazione che lo muta in un essere più bello e grazioso: “homo volatilus”. Beninteso, la prima è una trasformazione dettata dalla natura mentre la seconda è una forzatura dell’uomo ad un processo che di naturale ha poco e nulla ed le differenze in seguito, appariranno evidenti. Lasciamo per una attimo l’aspetto filosofico e psicologico di questo cambiamento e concentriamoci un attimo su quello prettamente meccanico e pratico. Siamo rimasti che a terra c’è un lenzuolo, non fosse per lo spessore e il peso esiguo a qualcuno potrebbe apparire quello corredo della trisnonna estinta nel 1700, mentre più in la c’è una sorta di ventilatore dal diametro di un metro e mezzo. Stendo bene la vela a terra, controllo tutti i fasci dei cordini e verifico che non vi siano nodi; faccio un piccolo gonfiaggio per controllare ulteriormente che sia tutto in ordine e poi rimetto la vela a terra in posizione per decollare. Il vento, ne ho parlato poco, ma lui è l’osservato speciale di ogni giornata di volo: di solito la brezza di mare non rappresenta mai un problema, ma a volte può giocare brutti scherzi ed è per questo che bisogna osservarla cercando di capire come si comporterà.
Avvio il motore (rigorosamente lontano da curiosi), lo faccio girare per diversi minuti e controllo che tutto funzioni a dovere, pochi secondi ancora e me lo rimetto in spalla. Click! Click! E’ il rumore dei moschettoni del paramotore quando si agganciano alla vela. Nessuno di noi volatori oramai ci fa più caso ma è in questo momento che avviene la vera trasformazione. Due oggetti (perché di questo si tratta) che da soli non potrebbero mai volare si uniscono mediante questi due moschettoni e come per magia diventano un mezzo volante. Di solito avverto un altro rumore, è un rumore convulso e frenetico, TU TUN, TU TUN, TU TUN, TU TUN, è il mio cuore che inizia a battere freneticamente. Indosso il casco, veloce sguardo in aria “tutto libero, si và!”, avanzo alcuni centimetri per controllare di essere centrato rispetto alla vela, alcuni passi indietro TU TUN, TU TUN, TU TUN, ultima sgasata al motore… TU TUN, TU TUN, TU TUN… afferro i freni della vela e stringo il comando del gas alla mano…
VIA!
Corro, la vela oppone una discreta resistenza quasi a volermi far cadere all’indietro… continuo a correre e dopo una frazione di secondo inizia a sollevarsi da terra per poi arrivare sulla testa. E’ una corsa dura, credetemi e se c’è poco vento diventa veramente massacrante... appena sento che la vela è salita la controllo per un attimo poi do gas a manetta, una frazione di secondo ed avverto come un calcio in c**o, violento, sono i cinquanta cavalli del mio sky100 che partono al trotto e mi scaraventano in aria TU TUN, TU TUN, TU TUN, TU TUN…. lentamente la vela inizia a sollevarsi da terra, un colpo secco ai freni e la vela cabra facendomi salire di colpo. Quando sono ad una decina di metri parzializzo il gas, la vela si stabilizza, il battito cardiaco rallenta ed io posso finalmente sistemarmi nell’imbragatura e rilassarmi. Faccio alcuni wing over tanto per scaricare la tensione, un paio di passaggi bassi sul decollo e poi la mia vela punta decisa verso nord, verso San Benedetto. Abbandono la larga spiaggia del biotopo, supero agli chalet e in poco tempo sono al porticciolo di pescatori di Martinsicuro; prendo quota ed attraverso il fiume Tronto che si getta nelle acque limpide dell’adriatico disegnando una scia marrone che scende verso sud, più a nord i prati e gli stagni del parco della Sentina e in fondo la riviera delle Palme. La vela avanza senza scossoni, scendo a 10 metri di quota, mollo i comandi e mi godo il panorama che mi si para davanti.
Ho volato diverse volte qui in elicottero ma continuo a credere che volarci col paramotore è decisamente più bello e piacevole. E’ un po come quando vai in moto, ci sei tu e l’ambiente circostante e non c’è alcun vetro o plexiglass che ti separa dall’ambiente circostante. Con il prm sei DENTRO all’ambiente che visiti, lo puoi toccare, sentirne i profumi e non sei un semplice spettatore che vede lo spettacolo da un vetro come succede quando sei in macchina o in elicottero.
La spiaggia è pressoché deserta, ne approfitto per fare dei passaggi radenti sulla sabbia: abbasso il piede fino a sfiorarla ed a disegnare delle sottili strisce, prendo quota poi scendo di nuovo ma stavolta corro in punta di piedi senza atterrare, pochi metri e torno di nuovo a quota di sicurezza. Ma si, il volo in prm è fatto anche per giocare e quando la spiaggia è deserta e il vento è debole poi divertirti in tutta sicurezza.
Porto d’Ascoli è a pochi metri, i primi temerari stanno facendo il primo bagno di stagione mentre altri preferiscono passeggiare tranquilli sul bagnasciuga; mi piazzo a dieci metri di quota evitando rigorosamente di volare sulla verticale delle persone, e continuo ad avanzare verso nord. I bambini, sognatori incalliti, mi osservano entusiasti, salutano fino a slogarsi i polsi e mi inseguono sorridendo... Ho intitolato questo brano “il volo del saluto” perché questo è il volo che più di tutti ti permette di avvicinarti alle persone, cosa molto rara per questo tipo di sport e di… salutarli. Ad alcuni il tuo rumore da fastidio ma a molti, soprattutto i bambini, questo volo piace perché per loro sei un esempio, in qualche modo stai realizzando un loro sogno e gli e lo stai portando vicino alla loro quotidianità; d’accordo, volare vicino alla persone non sarà la cosa più corretta al mondo e in molti storceranno il naso attaccandosi a questo regolamento piuttosto che ad un altro, ma quando vedo bambini, genitori, anziani, gente di ogni età, alzare la mano al mio passaggio, salutare entusiasti, inseguirmi per qualche metro… mi dico che standogli cosi vicino in qualche modo li sto facendo volare con me e salutandoli è un po come se condividessi con loro le emozioni del volo, è per questo che ricambio SEMPRE il saluto.
Avanzo leggero e spensierato osservando minuziosamente il meraviglioso lungomare dei Porto d’Ascoli fino al porto dove faccio dei 360 larghi per poi tornare verso sud. La guida di un paramotore non è molto impegnativa e lascia molto tempo per dedicarsi a far foto o ammirare il panorama. Semplificando al massimo le cose, posso dirvi che per virare basta spostare il peso dalla parte in cui si vuol voltare oppure tirare il freno; per prendere quota, basta accelerare dando un colpo secco e deciso ai freni se si vuol salire più bruscamente, oppure affidandosi alla sola potenza del motore per salire più dolcemente, mentre per scendere basta mollare il gas ed i freni: semplice no? In realtà volare in paramotore è un po più complesso, ma vi assicuro che non c’è nulla di difficile o complicato. Bisogna imparare un po di nozioni di aerodinamica, meteo, meccanica, fluidodinamica, studiare un po’ di normativa aeronautica, ma più di tutto bisogna avere un requisito fondamentale: una grande passione per il volo.
Il mio volo prosegue verso sud, altre persone, altri saluti, altri scorci da ammirare, tanti, troppi per descriverveli in poche righe; la vela scivola dolcemente attraverso il parco della Sentina, con un guizzo scavalca il fiume Tronto e poi torna a Martinsicuro, un passaggio sopra il decollo per controllare direzione ed intensità del vento e poi mi poso dolcemente a terra stallando la vela a mezzo metro da terra.
Piego la vela, smonto il motore e lo controllo per l’ennesima osservando minuziosamente viti, elica e tubi della benzina: anche stavolta è tutto in ordine. Carico la macchina e me ne vado verso casa ma con la testa penso già al prossimo volo: chissà dove mi porteranno i miei sogni! Mané
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